Dimmi un po’, sei felice?
Sono così banali le emozioni sotto il controllo del “chief of happiness”.
8 AGO 20

La prima regola da ricordare è che dissimulare le proprie emozioni sul luogo di lavoro è distruttivo. Che fingere che tutto vada bene, sorridere sempre e dire sempre di sì ti rende infelice più di uno di quei litigi terribili tra compagni di scrivania che ormai si svolgono tutti al computer, nelle chat, ché se solo non si rischiasse il licenziamento ci si tirerebbe i monitor addosso. La seconda regola è che un dipendente infelice è un dipendente improduttivo, e che un ufficio con dentro un dipendente infelice è un pericolo per tutta l’azienda. Nella Silicon Valley, il tema della felicità del dipendente sta molto a cuore ai signori del tech, che hanno inventato una sigla nuova, dopo il ceo, il cfo e gli altri, per rispondere al problema. Racconta questa settimana il New Republic che il cho, chief happines officer, il responsabile della felicità, è l’uomo che gira tra le scrivanie per assicurarsi che tutti i dipendenti siano felici. Il suo compito è “illuminare le menti, aprire i cuori, creare la pace nel mondo”, come scrive Chade Meng Tan, l’uomo che la posizione di se l’è inventata una decina di anni fa a Google e che oggi si fa chiamare Jolly Good Fellow, il bravo ragazzo. Il compito del cho è analizzare “il livello di felicità” di ogni dipendente, e trovare strategie per innalzarlo: distribuisce questionari, prende il caffè coi dipendenti, cerca di sapere tutto di loro, dell’ambiente in ufficio, delle aspirazioni e dei dissapori. Affinché la felicità sia piena, è necessario che chi la dispensa sappia tutto di te, ed è per questo che in certe aziende il cho ha accesso anche alle e-mail private. Un guardiano ossessionato dalle nostre emozioni, e convinto di poterci dispensare felicità con sedute di meditazione e training autogeno. La felicità diventa materia da organizzatori del lavoro, una banalità a portata di amministratore delegato.